Ricevo da TTS e volentieri pubblico.

Osservazione mia: la critica del sistema, anche radicale (=non siamo in una democrazia) non è più limitata all’area di riserva di uno sparuto manipolo di “complottisti”, se anche un personaggio come De Tommaso comincia non soltanto a rendersene conto (e ci sta), ma anche ad uscire pubblicamente allo scoperto.

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Premessa.

 

Achille De Tommaso è laureato in Fisica Elettronica e ha lavorato per più di 40 anni nelle telecomunicazioni, fondando e dirigendo numerose ed importanti aziende tra le quali COLT, INFOSTRADA, NORTEL, CABLE & WIRELESS Europa, Bell Canada Italia, Eurotech, Skylogic.

È stato, negli anni ’90, consulente della Commissione Europea, DG XIII per l’introduzione dei servizi di Electronic Data Interchange (EDI) in Europa, per i quali contribuì ad una alleanza con l’Accademia delle Scienze Sovietica. E’ stato per un certo periodo rappresentante di STET in Russia.

Per vent’anni è stato presidente di ANFoV di cui presiedeva anche il Comitato Tecnico. ANFoV  è un centro di studi e ricerche che si occupa di analizzare gli aspetti tecnologici, regolamentari e sociali dei nuovi servizi di telecomunicazione e informatica, producendo documenti e raccomandazioni ad uso degli associati e delle Istituzioni Pubbliche.

Nel 2011 ha fondato Aquarius Logica: un’azienda volta allo “scouting” di innovazione nelle nuove tecnologie.

De Tommaso è anche uno scrittore, e studioso di Biologia (genetica), di Antropologia e di Analisi comportamentale. Ha a suo credito varie pubblicazioni tecnico scientifiche, e libri che trattano di scienze e tecnologie.

Ama l’arte in generale; in particolare quella pittorica e la musica.

 
Riferimento:
 
 

1. “Ma l’Italia è davvero una democrazia”, di Achille De Tommaso, maggio 2022

 

La democrazia è conflitto, “conflitto contenuto”, tra partiti e maggioranze/minoranze. Ma il conflitto diventa pericoloso quando una parte afferma che l’altra è illegittima.

***

C’è una linea sottile tra il normale conflitto democratico e il conflitto che minaccia la democrazia, e i politici (sicuramente quelli nostri) non sono in grado, spesso, di articolare la differenza. Democrazia significa governo del popolo, ma gli italiani non sono completamente d’accordo su chi appartiene al popolo. Chi di noi non ha sentito frasi come “viviamo in un eccesso di democrazia”, “non si dovrebbe dare il voto a tutti, ma solo a quelli capaci di utilizzarlo al meglio”? Si potrebbe forse dire che questo atteggiamento è solo di una parte della popolazione, di normali cittadini scontenti (come al solito) delle azioni di governo. Ma non è così: in realtà sono proprio le maggiori istituzioni politiche italiane che mostrano, nel merito, atteggiamenti antidemocratici.

Sublime esempio: si ritiene generalmente che il Presidente della Repubblica italiano svolga un ruolo puramente di rappresentanza e simbolico, e per la maggior parte della vita dell’Italia come repubblica è stato in così; ma in passato.

Infatti, nella sua veste ufficiale di “garante” o “custode” della costituzione, il presidente detiene un potere considerevole: i governi sono tenuti ad ottenere l’“approvazione” del presidente, che nomina anche (“approva”) il presidente del Consiglio e i suoi ministri di gabinetto. Inoltre, tutte le leggi approvate dal parlamento devono essere, alla fine, approvate dal presidente, che è anche incaricato di firmare lo scioglimento del parlamento. Ciò significa che il presidente decide effettivamente se le elezioni debbano tenersi o meno.

Ma il potere del presidente italiano non si ferma qui: egli ratifica anche tutti i trattati internazionali; è anche comandante in capo dell’esercito e capo dell’organo di governo della magistratura. Il presidente esercita, de facto, influenza anche attraverso le strutture tecnocratiche del Ministero dell’Economia e delle Finanze, in particolare attraverso l’onnipotente Ragioneria Generale dello Stato e la Banca d’Italia.

Quella del presidente italiano non è, quindi, una fonte di potere irrilevante, soprattutto in tempi di crisi, se il sistema politico è incapace di fornire soluzioni praticabili, il ruolo del presidente tende ad “ampliarsi”. Dato lo stato quasi permanente di turbolenza politica ed economica in cui l’Italia è impantanata da almeno un decennio, non sorprende che il presidente di oggi si sia, quindi, evoluto in un attore politico a pieno titolo, con il potere (e la volontà) di intervenire nel processo decisionale del Paese.

E questo parrebbe in contrasto col desiderio dei Padri Costituenti, di disegnare una costituzione che non permettesse il nascere del potere forte di un sol uomo. Ma questo contrasto non lo si riscontra solo in Italia.

Questa trasformazione, infatti, non è recente, e può essere fatta risalire alla progressiva integrazione dell’Italia nell’Unione Europea e nell’euro, iniziata nei primi anni novanta. Per qualsiasi Paese europeo, l’appartenenza all’euro significa che il ruolo del governo – e quindi del parlamento – diventa sempre più quello di mettere in pratica decisioni economiche, anche se impopolari, prese a livello europeo. Ciò ha inevitabilmente comportato un processo di riconfigurazione statale che ha comportato il rafforzamento dei poteri esecutivi e tecnocratici a tutti i livelli, compreso quello del presidente, e la conseguente emarginazione del parlamento. In genere, ciò viene presentato come una precondizione necessaria per l’attuazione rapida ed efficiente di politiche economiche applicate dall’UE: austerità fiscale, moderazione salariale, liberalizzazioni e privatizzazioni favorevoli al mercato. Può essere vero, ma allora il Parlamento a che serve? E non dimentichiamoci come, attraverso lo strumento privilegiato del Decreto Legge e della “fiducia”, il Parlamento venga regolarmente scavalcato.

Una volta presa la scelta da parte delle élite italiane di aderire all’euro, si rese necessario anche difendere la decisione da ogni possibile sfida popolare. E così il ruolo del presidente si trasformò da quello di garante della costituzione a garante degli “obblighi internazionali” del Paese, in particolare di trattati e regole Ue.

Infine, il trasferimento delle prerogative economiche all’UE ha fatto sì che i partiti politici, anche se sono riusciti a ottenere la maggioranza in parlamento, si sono trovati sempre più privi degli strumenti economici necessari per mantenere il consenso sociale.

Ciò ha fatto nascere, sicuramente in Italia, un sistema di instabilità sociale e politica quasi permanente, con il presidente che assume un ruolo sempre più “attivista” in nome della “stabilità” e della “governabilità”. In breve, l’adesione dell’Italia all’euro ha di fatto avviato un caso unico di transizione istituzionale da un regime parlamentare a un regime presidenziale di fatto. Si potrebbe obbiettare che anche il regime presidenziale è un regime democratico; può darsi, ma nel caso italiano il legislatore svolge sempre più un ruolo marginale. E di conseguenza è lecito che l’elettore dica: “ma chi me lo fa fare di andare a votare?”

Questo aspetto è diventato particolarmente evidente sotto il doppio mandato di Giorgio Napolitano (2006-2015), che è coinciso con l’era turbolenta delle ricadute post-crisi finanziaria. In quel periodo Napolitano divenne il “tranquillo mediatore politico” della politica italiana, con i critici che, ricorderete, lo chiamavano “Re Giorgio “. È generalmente accettato, ad esempio, che Napolitano abbia svolto un ruolo cruciale dietro le quinte del presunto “golpe internazionale” – che coinvolse, tra gli altri, la Banca d’Italia, l’allora presidente della BCE Mario Draghi, Angela Merkel e Nicholas Sarkozy — che portò alla caduta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e alla sua sostituzione con il tecnocrate Mario Monti, scelto personalmente dallo stesso Napolitano. Ricorderemo tra l’altro come il governo Monti fu concordemente definito come “governo del presidente”.

Il successore di Napolitano, il presidente Sergio Mattarella, ha seguito le sue orme. Nel 2018, a seguito di un’alleanza tra Movimento Cinque Stelle e Lega, i due partiti, come previsto dalla costituzione italiana, sottoposero all’approvazione del presidente la scelta dei ministri di governo. Eppure al loro proposto ministro dell’Economia, Paolo Savona, fu posto il veto da Mattarella, a causa della sua posizione euro-critica, costringendo i due partiti a optare per il più favorevole allo status quo Giovanni Tria. Come notarono all’epoca gli esperti di diritto Marco Dani e Agustín José Menendez, ciò sembrerebbe indicare l’esistenza di una sorta di ‘convenzione’, secondo la quale i partiti o le coalizioni politiche che sono critiche nei confronti degli assetti economici e monetari esistenti all’interno dell’eurozona non possono entrare al governo.

Più di recente, quando Matteo Renzi staccò la spina al secondo governo di Giuseppe Conte, Mattarella rifiutò di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate, lavorando invece dietro le quinte per garantire la sostituzione di Conte con Draghi, proprio come aveva fatto Napolitano con Monti un decennio prima.  

E nell’ultimo periodo, Mattarella ha fatto di tutto per difendere apertamente praticamente ogni politica del governo Draghi, comprese quelle più legalmente e costituzionalmente traballanti, come l’introduzione di pass per i vaccini, nonché il mantenimento di uno stato di emergenza semipermanente e il rafforzamento della presa autoritaria di Draghi sul Paese. In altre parole, il presidente oggi non pretende nemmeno più di essere un arbitro neutrale della costituzione. Non solo è scontato che svolga un ruolo profondamente politico, senza possibilità di appello, ma in effetti le élite italiane si aspettano sempre più che lo faccia: usare i suoi poteri da re per difendere lo status quo e tenere a bada “i barbari”, siano essi euro scettici o no-vax; o comunque non siano dalla “parte giusta”.

E’questa democrazia?

Una cosa è chiara: la democrazia italiana è diventata un affare in gran parte elitario, in cui le fazioni belligeranti dell’establishment si contendono il potere, mentre la maggioranza dei cittadini non si preoccupa più nemmeno di andare a votare. E la maggioranza di quelli che non vanno a votare appartiene ai ceti meno abbienti.

Non sorprende che le élite globali oggi guardino all’Italia come un modello: The Economist è arrivato addirittura a, nel 2021, incoronare l’Italia “Paese dell’anno” per il suo modello politico. Molti dei suoi cittadini, tuttavia, ritengo siano in disaccordo.

E a questo proposito mi piace citare la massima (attribuita ad Andreotti, Giolitti, Mussolini, e altri) secondo cui non è difficile governare l’Italia, ma è INUTILE. E non considero questa massima, per niente, una battuta di spirito, ma verità. Infatti, nonostante il cittadino si sforzi di andare a votare, eleggendo l’una o l’altra parte, il risultato è sempre lo stesso: poche migliaia di persone, appartenenti a burocrazia ministeriale, magistratura, “intellettuali cosiddetti”, media (siamo al 58mo posto mondiale come libertà di stampa), sindacati, corpo insegnante accademico; stravolgono regolarmente, nel day-to-day, il risultato delle elezioni; ostacolando facilmente il percorso e l’attuazione delle leggi approvate in parlamento.

A che serve andare a votare?

Riferimento:

https://www.nelfuturo.com/Ma-l-Italia-e-davvero-una-democrazia

Commento di un certo Davide Torrielli

“Non hai tutti i torti ma, sino a quando avremo la possibilità di dire e fare tutto quello che ci pare, questo non si può definire differentemente da un modello ampiamente democratico! Questo il mio pensiero.ciao”

Risposta di Achille De Tommaso

  Caro Davide, il tuo ragionamento sarebbe giusto se l’opposto della democrazia fosse solo la dittatura; in realtà esiste un altro regime, molto più permeante e molto più pericoloso, in quanto meno istituzionalmente formale, e quindi non facilmente contrastabile: l’OLIGARCHIA. Te ne rammento una definizione: Regime politico o amministrativo caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di una minoranza, per lo più operante a proprio vantaggio e contro gli interessi della maggioranza. Ristretta cerchia di persone che occupa una posizione di potere in seno a istituzioni, organizzazioni e simili, o anche gioca un ruolo di preminenza in determinati ambienti sociali o culturali. Ti ricorda niente questo regime? In una nazione al 58mo posto nella libertà di stampa a livello mondiale penso che il fatto di poter dire veramente, sempre, ciò che si pensa, sia parecchio limitato; e dipende comunque da ciò che dici e quale importanza tu rivesta. Magari non vieni imprigionato (subito), ma vieni “tagliato fuori”, diffamato, processato dai media di regime prima, e poi magari finisci anche dentro, in processi che durano decine d’anni e uccidono la persona civilmente, e, spesso, anche fisicamente. Poi, magari, prima di morire (o dopo) puoi avere un risarcimento, se fai parte delle migliaia di “errori giudiziari” annui.

Mio Commento

Vista l’occasione, allego file “Italia Priva Di Sovranità Fondamentali” , dal quale si evince tranquillamente che  senza sovranità non ci può mai essere vera democrazia, e senza demos, popolo rappresentato veramente democraticamente, ci può essere solo cratos, potere oligarchico!

2. Quella di cui sopra non è stata una Lectio Magistralis dell’ex top manager Achille De Tommaso, sebben contenente alcuni spunti davvero interessanti  ma altri  sono criticabili,  invece sulla “Big Picture” ( = il quadro generale ) riguardante lo strapotere della finanza americana ci va molto vicino perchè fa un’ottima sintesi e la sintesi ben fatta è virtù, eccola arriva!

https://www.nelfuturo.com/Come-la-finanza-americana-e-padrona-del-mondo-Parte-Prima

 https://www.nelfuturo.com/Come-la-finanza-americana-e-padrona-del-mondo-Parte-seconda

 https://www.nelfuturo.com/Come-la-finanza-americana-e-padrona-del-mondo-Parte-terza

3. Qualche altro suo spunto interessante:

 
4 commenti a “Lectio Magistralis dell’ex top manager Achille De Tommaso”
  1. Integrazione.

    Le elezioni sono uno specchietto per le allodole, ormai domina il pensiero unico mentre i cittadini subiscono restrizioni e vessazioni

    La propaganda – fenomeno antico – è divenuta, dopo la fine dell’Unione Sovietica, monopolio di un apparato mediatico occidentale strettamente intrecciato, per proprietà e incarichi, alla cosiddetta società dell’1% e alla sua classe di servizio: burocrazia, accademia, management

    di Elena Basile, ex ambasciatrice d’Italia in Svezia e Belgio, per Il Giornale d’Italia

    25 Luglio 2025

    Le costituzioni democratiche del dopoguerra si fondavano su un postulato oggi messo in discussione dall’evoluzione sociopolitica dell’Europa: il potere del demos, del popolo, esercitato secondo la rule of law, il suffragio universale, le elezioni e la tutela delle minoranze. In tale cornice, il popolo eleggeva i propri rappresentanti, i quali, sintetizzando istanze, poteri e interessi plurali, avrebbero dovuto realizzare politiche economiche, sociali ed estere coerenti con i principi costituzionali e con gli interessi del Paese, della società civile e dei corpi intermedi.

    Tuttavia, questo meccanismo si è inceppato. Oggi, la politica economica e quella estera non sono più appannaggio delle élite elette, ma sono subordinate a poteri extraparlamentari capaci di condizionare integralmente l’orientamento politico europeo. Occorre guardare questa realtà senza reticenze, se si vuole anche solo tentare di modificarla.

    I riti della democrazia, anche grazie alla manipolazione propagandistica delle opinioni pubbliche, restano formalmente intatti: le elezioni si svolgono a scadenze regolari, e schieramenti apparentemente opposti si presentano al giudizio degli elettori. Viene così preservata l’illusione che i cittadini eleggano liberamente le élite cui affidare la gestione della cosa pubblica – in primis, la politica economica, sociale ed estera.

    Eppure, tutto è cambiato. La propaganda – fenomeno antico – è divenuta, dopo la fine dell’Unione Sovietica, monopolio di un apparato mediatico occidentale strettamente intrecciato, per proprietà e incarichi, alla cosiddetta società dell’1% e alla sua classe di servizio: burocrazia, accademia, management.

    Come noto, domina il pensiero unico. La critica agli Stati Uniti, a Israele, al capitalismo finanziario e all’Unione Europea costituisce ormai una linea rossa invalicabile. Il dissenso dalla narrativa NATO è etichettato come antiamericanismo e collocato al di fuori dell’arco costituzionale e del consesso civile. Chi esprime critiche nei confronti di Israele viene spesso accusato di antisemitismo o, peggio, di sostegno al terrorismo, con implicazioni anche giudiziarie. Chi mette in discussione il capitalismo finanziario è subito tacciato di populismo o di ingenuità, come se il capitalismo fosse un’entità ontologica e non più una costruzione storica riformabile o sostituibile. A esso si affianca l’intangibilità della difesa di Israele e del dominio statunitense, entrambi divenuti pilastri ideologici irrinunciabili del discorso pubblico.

    Proseguimento:

    https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/722773/le-elezioni-sono-uno-specchietto-per-le-allodole-ormai-domina-il-pensiero-unico-mentre-i-cittadini-subiscono-restrizioni-e-vessazioni.html

    In particolare il passaggio fnale dell’articolo:

    Se la politica, nelle società occidentali, non può più sottrarsi al controllo dei potentati economici che finanziano e manipolano i leader eletti, allora siamo fuori dal perimetro della democrazia. Riconoscere questa verità è il primo passo per comprendere come organizzare, all’interno di oligarchie plutocratiche, nuove forme di resistenza civile.

    Commento.

    Atteggiamento arrendevole questo della Basile, come se le oligarchie eurocratiche atlantiste fossero per definizione immortali, storicamente falso, in altre parole, fa una buona analisi ma al dunque, trovare soluzioni operative, si perde di casa, come mai?

    Perchè è ancora convinta dell’utopia Stati Uniti d’Europa e quindi, secondo lei rinnegare in toto la UE è come se si buttasse il bambino con tutta l’acqua sporca, non lo dice esplicitaamente ma da altri suoi articoli si desume questo.

  2. Integrazione

    “Italia: ottant’anni di sovranità in comodato d’uso”, di Sira Beker per Kulturjam.it, pubblicato da CDC, 16 dicembre 2025

    L’Italia post-’43: una sovranità delegata

    C’è un curioso paradosso che attraversa ogni discussione italiana sul “diritto internazionale”: chi lo invoca con maggior fervore appartiene spesso a un Paese che, da ottant’anni, ha rinunciato a esercitarne il presunto prestigio. Non per ignavia culturale, non per un’intrinseca vocazione mediterranea alla teatralità, ma per una precisa struttura politico-militare modellata dopo il collasso del 1943.

    Rovesciato il fascismo, l’Italia non risorse come soggetto pienamente sovrano: fu amministrata, sorvegliata, guidata dalla Commissione Alleata di Controllo. Conclusa formalmente la guerra, Roma non riacquistò il volante della politica estera; si limitò a sedersi sul sedile del passeggero. Gli archivi lo mostrano con chiarezza disarmante: l’Italia non venne “liberata”, venne riallocata.

    Nel 1949, l’ingresso nella NATO sancì la trasformazione del territorio nazionale in una piattaforma avanzata degli Stati Uniti. Gli aeroporti militari, le basi navali, i depositi nucleari non rispondevano a Roma, ma a Washington. Aviano, Sigonella, Camp Darby, Napoli: più che infrastrutture italiane, erano nodi di una rete strategica americana. Non esiste sovranità quando un altro Stato custodisce — senza possibilità di veto — ordigni atomici nei tuoi confini.

    Ed è in questo contesto che si radicò il modello italico della subordinazione istituzionale: governi fragili, politica estera impermeabile al voto popolare, ministri informati a posteriori di decisioni già prese altrove. L’Operazione Gladio, ammessa dal Parlamento, ribadì l’esistenza di centri paralleli di comando: una democrazia sorvegliata dall’interno e dall’esterno.

    La lunga obbedienza atlantica: guerre, dottrine e amnesie collettive

    Nei decenni successivi, l’Italia oscillò tra governi di ogni colore, ma la traiettoria internazionale non mutò di un millimetro. Nel 1948 i finanziamenti statunitensi impedirono la vittoria del PCI; durante la Guerra Fredda, la “strategia della tensione” rese il Paese un laboratorio politico utile agli equilibri del blocco occidentale; negli anni Novanta e Duemila, Roma seguì pedissequamente ogni proiezione militare della NATO.

    L’esempio più rivelatore resta il 1999: mentre l’Alleanza bombardava la Jugoslavia senza mandato ONU, gli aeroporti italiani erano le piattaforme operative principali. L’Italia appoggiò anche la separazione del Kosovo, ridefinita con un virtuosismo semantico degno del miglior marketing geopolitico: non “annessione illegale”, ma “intervento umanitario”.

    Nel 2003 toccò all’Iraq. Nonostante l’opposizione di milioni di cittadini, i soldati italiani vennero inviati a Nassiriya per sostenere una guerra fondata su prove costruite a tavolino.
    Nel 2011, la Libia: l’Italia contribuì ai bombardamenti che avrebbero distrutto lo Stato nordafricano e, per ironia della storia, cancellato anche i contratti energetici che per decenni avevano sostenuto l’economia italiana.

    Tutto questo mentre la politica interna cambiava volto a ogni stagione, ma l’allineamento strategico restava immutabile. Si può eleggere un tecnocrate, un populista, un partito “anti-sistema”: la direzione di marcia non cambia. Non è una cospirazione. È un’infrastruttura geopolitica.

    L’ultima illusione: la morale internazionale come maschera

    Eppure l’Italia continua a impartire lezioni di “legalità internazionale” con lo zelo di chi desidera essere ammesso al tavolo dei grandi. Si giudica la Russia, si giudica chiunque sfugga all’orbita euro-atlantica, ma non si giudicano gli ottant’anni di obbedienza sistemica.

    Che sovranità può rivendicare un Paese che non può rimuovere un’arma nucleare dai suoi aeroporti, né opporsi a un intervento militare deciso oltreoceano?

    Che autonomia può esibire una nazione i cui governi temono più la NATO che i loro elettori, e che hanno sostenuto guerre ritenute illecite dal diritto che oggi dichiarano di voler difendere?

    La verità, imbarazzante ma documentata, è che la politica estera italiana non è un progetto: è una delega. Delegata a Washington, a Bruxelles, agli apparati di sicurezza integrati.

    E finché questa dinamica resterà intoccabile, l’appello al “diritto internazionale” non potrà che apparire per ciò che è: non un principio, ma un rituale. Non un atto di sovranità, ma un atto di obbedienza.

    Di Sira Beker, kulturjam.it

    07.12.2025

    Fonte: https://www.kulturjam.it/costume-e-societa/italia-ottantanni-di-sovranita-in-comodato-duso/
    Riferimento:

    https://comedonchisciotte.org/italia-ottantanni-di-sovranita-in-comodato-duso/

    Commento di un certo Bruno Wald

    “Rovesciato il fascismo, l’Italia non risorse come soggetto pienamente sovrano”…

    Ma và? Chissà perché…

    Forse perché il fascismo era soltanto uno strumento, la forma circostanziale che l’Italia si era data per poter costruire un progetto nazionale, per poter conquistare un futuro diverso dal secolare passato di servaggio ed impotenza. Forse perché il regime era riuscito a sottrarsi all’iniziale tutela britannica – evidentemente, i suoi capi erano meno burattini di quelli venuti dopo – e ciò aveva reso la guerra inevitabile da molto prima che scoppiasse, e non certo per volontà nostra… Forse perché, in un simile frangente storico, bisognava essere tutti un unico fascio, e i conti tra noi, o tra le diverse ideologie, regolarli eventualmente a guerra vinta.

    Invece ci fu chi scelse di tradire, molto prima dell’8 settembre. Ci fu chi scelse di sabotare, di fare la spia, di complottare con il nemico diventandone il servo; ci fu chi scelse di sparare ad altri italiani mentre lo straniero si prendeva la nostra terra, e non ce l’avrebbe restituita mai più.

    Ecco perché siamo un paese occupato, cara Sira: un popolo che la sovranità non potrà manco sognarla finché continuerà a mentire a se stesso.”

    Mio commento

    Dopo la caduta del Muro di Berlino, c’era la grande occasione storica di riprendersi la sovranità militare, bastava conservare la sovranità monetaria e sapere negoziare come si deve per riappropriarsi della sovranità militare ma invece decisero addirittura, massoni, politicanti e Confindustria, di cederla per introdurre la distopica moneta unica dell’euro, addirittura Prodi ancora se ne vanta, insomma, se massonicamente e politicamente nasci servo e se hai anche capitalisti famelici che non sanno neanche dove sta di casa l’interesse nazionale e allora poi massonicamente e politicamente muori da servo!!

  3. Integrazione

    “Di chi è la Repubblica Italiana?” a cura di ByeByeUncleSam Blog

    10 giugno 2008

    Da quanto andremo ad illustrare, la Repubblica Italiana non è certo ‘cosa nostra’… perché se davvero fosse nostra, ovvero di tutti i cittadini italiani, non si fonderebbe su dei “segreti”. “Segreti” su questioni della massima importanza, la cui esistenza configura una Repubblica sostanzialmente ‘cosa loro’.
    “Loro” sono ovviamente gli Stati Uniti, che nel lontano biennio 1943-45 hanno effettuato la conquista dell’Italia, eufemisticamente chiamata “Liberazione”. “Liberazione” da noi stessi, tant’è vero che dopo oltre sessant’anni non se ne sono più andati. Potevano farlo dopo la fine dell’URSS, visto che il “problema” era il Comunismo, ma non l’hanno fatto.
    L’Italia è, infatti, ‘cosa loro’, anche se gli italiani non lo devono percepire.
    L’occupazione di consistenti porzioni del territorio nazionale da parte di uno Stato estero (malgrado ci abbiano informato che, dall’11 settembre 2001, “siamo tutti americani”) ed il suo mantenimento vita natural durante è possibile grazie a clausole – segrete, appunto – pudicamente definite “accordi”, che giustificano la presenza, sul territorio nazionale, di basi ed installazioni militari USA e NATO (oltre 100).
    Questo è il “segreto dei segreti” – altrimenti definibile la “madre di tutte le menzogne” – della “Repubblica Italiana”. Tutti gli altri “segreti” (la “strategia della tensione”, le BR, le “trame nere”, Gladio, le “stragi di Mafia”, “Mani Pulite”, il “terrorismo islamico”ecc.) sono una conseguenza logica del “segreto dei segreti”. Pretendere la verità su questo punto non è una cosa “di destra”, “di centro” o “di sinistra”. È semplicemente una cosa sensata, da “patrioti”, se la parola “patria” non avesse assunto per i più – a causa della sua indebita appropriazione da parte di collaborazionisti e della concomitante svalutazione generata da una pseudocultura votata all’autodenigrazione – un significato distante da quello originario.
    A questo punto ci sarà chi pensa che l’aver perso l’Italia una guerra – malgrado alcune conseguenze “negative” – sia stato in fondo un fatto “positivo” solo perché così il Fascismo, il “Male assoluto”, è stato sconfitto. A chi la pensa così, basta rispondere che, Fascismo o non Fascismo, l’Italia è stata occupata, tale occupazione non è mai finita (né accenna a finire), e con questo fatto tutti gli italiani devono fare i conti, in maniera sempre più evidente, prima che la crisi epocale del c.d. “Occidente” (che significa Europa distolta dal suo naturale complemento geografico, politico, economico, storico e culturale che è l’Eurasia per venire inglobata nell’Occidente, a guida anglo-americana) ci travolga in maniera irrimediabile. Ristabilire la verità sul “principale segreto della Repubblica Italiana”, sulle clausole segrete che impongono un’occupazione che sembra non finire mai, è un favore che gli italiani devono fare innanzitutto a se stessi, pena la scomparsa pura e semplice come popolo e nazione.

    Riferimento e proseguimento:

    https://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/06/10/di-chi-e-la-repubblica-italiana/

    Commento

    Considerazioni tutt’ora più che attualissime!

  4. Nota per la Redazione di Ingannati.it

    C’è un mio precedente commento a titolo integrativo scritto pochi minuti fa contenente due link ( il titolo è “Italia: ottant’anni di sovranità in comodato d’uso” ) e ancora non è stato pubblicato, magari potrebbe sbloccarlo quando avrà tempo e voglia di farlo?

    Grazie mille in anticipo!

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