Durante il recente periodo della pan-demenza, le persone si sono divise in due gruppi:

  1. quelli che hanno creduto alle menzogne del governo, dell’OMS, ecc.,
  2. e quelle che non ci sono cascate.

Se si va a cercare di capire quali sono le caratteristiche che hanno indotto i singoli individui a finire nel primo o nel secondo gruppo, si nota che persone di tutte le estrazioni sono finite in entrambi i gruppi, tanto che non si può dire che nessuno dei seguenti elementi li abbia influenzati:

  • nè l’intelligenza
  • nè il livello culturale
  • nè il censo
  • nè il livello di istruzione

Conosco infatti persone molto intelligenti, colte, magari anche di successo nel loro ruolo lavorativo che però sono cascate in pieno nell’imbroglio; e persone, d’altra parte, apparentemente “sprovvedute” che non hanno avuto dubbi fin dall’inizio e hanno capito fin da subito che di imbroglio si trattava.

Come detto anche altre volte in queste pagine, il vero elemento discriminante è stato la capacità o meno  di “accettare“, cioè rendere plausibile, che chi ci governa non lavori in trasparenza, non lavori per il nostro bene, che l’OMS sia guidata da veri e propri criminali, ecc. Chi, in buona sostanza, non ha avuto il limite mentale di credere possibile questo, ha visto da subito le incongruenze e le falsità; chi non era capace di credere questo si è trovato rinchiuso nel recinto delle bugie.

-oOo-

Mi è tornata in mente questa verità, mai sufficientemente ripetuta, per un’avventura che mi è capitata qualche giorno fa. Nonostante abbia compreso da anni che non serve “spingere” nessuno ad imparare qualcosa di nuovo, ogni tanto ci ricasco se mi sembra di cogliere apertura e sincero amore per il sapere.

Avevo trovato online un medico che si occupa di NDE (Near Death Experience, esperienze di premorte), e sentendo alcuni suoi video sento che in uno afferma che la psicologia non cura nessuno (o qualcosa del genere); sembrandomi questa una persona aperta e sincera, e ricordandomi che uno dei punti che avevano spinto Hamer ad occuparsi di psicologia era porprio l’apparente inutilità della maggior parte delle terapie psichiatriche, mi sono permesso di contattare questo medico sul suo sito online alla voce “contatti“, chiedendogli, semplicemente, se conoscesse Hamer.

Ecco la sua risposta (si noti l’ora):

Bene, visto il suo interesse, gli rispondo dandogli un paio di riferimenti, ed ecco la sua – prontissima (ancora si noti l’ora) – risposta:

Quindi, da essere un non-conoscitore di Hamer, nel giro di 2 ore questo era già diventato così profondamente conoscitore dal poterlo definire “un criminale dagli agghiaccianti deliri, meritevole della galera”.

(ci sarebbe da far notare anche il tono da “lei non sa chi sono io, laureato in medicina, bla bla,,,, e poi il vantarsi di essere mainstream, fino alla chiusa finale, “non si faccia più sentire”, ma lasciamo perdere)

Mi sembra evidente che in 2 ore, sempre ammesso che siano state esclusivamente dedicate alla ricerca su Hamer, si possa essere finiti esclusivamente sui siti “mainstream”: dove appunto Hamer viene descritto come un pazzo criminale, incarcerato per le sue idee stravaganti sul cancro e le altre malattie.

Caro “laureato in medicina” così orgoglioso della sua appartenenza al mainstream, peccato che non abbia voluto approfondire. Peccato, perchè avrebbe scoperto delle cose interessanti, dei legami con le NDE, delle spiegazioni sulle cosiddette malattie psichiche, ecc.

Ma immagino che lei, signor laureato in medicina così orgolgioso dell’appartenenza al mainstream, non si abbassi a cercare teorie alternative. Immagino che si sia anche vaccinato, e anzi pluri-vaccinato, peccato, perchè avrebbe potuto scoprire correlazioni interessanti fra il numero di dosi effettuate e il tasso di mortalità (correlazione diretta, fra l’altro evidenziata proprio dai dati UK, che lei dovrebbe conoscere abbastanza bene).

Ma, si sa, il diserbante più potente, l’ostacolo più invalicabile, il killer più efficace di ogni conoscenza, è proprio il pre-giudizio, la presunzione, cioè, di sapere già tutto: e da questa posizione, che la caratterizza così bene, e di cui lei è cosi orgogliosamente fiero, viene impedito di conoscere la Verità.

Peccato per lei, e per tutti quelli come lei, che non riescono neanche ad immaginare di essere stati imbrogliati per così vasta parte della loro vita.

Peccato, che avete deciso di seppellire il vostro talento sottoterra.

 

5 commenti a “Il più efficace soppressore della conoscenza? Il pregiudizio”
  1. @ Ing Alberto Medici

    Ma alla stragrande maggioranza di medici interessano molto più gli schei che ricercare la verità in campo medico scientifico, come mai?

    “Dire la verità non fa fare carriera”, Prof Alberto Bagnai , suo tweet risalente a qualche anno prima di diventare politicante legaiolo full time.

    Poi si sparano le pose come il medico in questione per buttare fumo, convinti ancora che gran parte della gente penderà sempre dalle loro labbra perché dottori in medicina ma ormai la classe medica occidentale sta perdendo sempre più credibilità, insomma, si illudono pure, oltre a essere in primis servi di Big Pharma!

  2. La scomparsa dei medici di base: “Nessuno vuole farlo, si guadagna di più a gettone”

    Rispetto al numero di pensionati i nuovi ingressi non coprono nemmeno la metà dei vuoti lasciati. I medici però ci sono, ma vogliono fare tutti gli specialisti, si guadagna di più. Ecco come il nuovo mercato del lavoro medico porterà alla scomparsa del medico di famiglia.

    A cura di Antonio Musella per Fanpage, 29 novembre 2024

    Continua su:

    https://www.fanpage.it/napoli/la-scomparsa-dei-medici-di-base-nessuno-vuole-farlo-si-guadagna-di-piu-a-gettone/

    In particolare , i seguenti passaggi finali:

    Mentre il governo dibatte di presunti aumenti dei fondi destinati alla sanità pubblica, le trasformazioni del sistema sanitario accelerano sempre di più, come ci dice anche il dottor Caiazza: “A questi poveri cittadini li vogliamo solo prendere per i fondelli, e dirgli che sulla carta hanno la sanità pubblica, ma se ti vuoi curare veramente devi andare dal privato. Altrimenti o il tuo stato di salute peggiore, oppure nella peggiore delle ipotesi, muori”.

    Breve commento

    A piena conferma di quanto detto nel mio precedente post, insomma, nun stavo a dì fregnacce!

  3. “Dal medico al protocollo”
    di Sandro Arcais per Pensieri Provinciali , 11 ottobre 2021

    Cristina Cometti si è laureata in Medicina nel 1979 ed è stata medico di famiglia a Verona dal 1980 al 2000. Quindi ha visto alcuni passaggi della evoluzione (o sarebbe meglio dire, involuzione) della medicina generale in Italia.

    Dalla sua intervista che segue emerge un quadro delle condizioni di fondo che ci hanno portato alla monosoluzione vaccinale a contrasto della nuova epidemia. Lo strumento del vaccino, o sarebbe meglio dire: della terapia genica preventiva rappresentata dalla nuova tecnologia basata sul frammento di codice dell’mRNA del virus, è perfettamente coerente con i profondi mutamenti intervenuti nella nostra società, che si avvia ad essere completamente egemonizzata e fagocitata dall’imperativo dell’economia capitalistica: creare continuamente valore da concentrare poi nelle mani della cupola finanziaria che governa l’Occidente. Da questa logica nulla può sfuggire, tantomeno la nostra salute.

    Nel dicembre del 1978, la legge 833 sanciva un radicale ribaltamento nell’organizzazione sanitaria del nostro Paese: dall’epoca delle mutue, che avevano creato una grande disparità e una grande confusione, si passava a una diversa concezione, e venne istituito il Sistema Sanitario Nazionale e le USL (Unità Sanitarie Locali). Si passava dalle vecchie figure, del medico condotto e del medico mutualista, diverse ma integrantesi, a quella di medici convenzionati con il SSN che operavano in una certa altra maniera. Il medico condotto, che ha tutta una storia (credo che di condotte si parlasse prima dell’800), era quel medico che doveva rispondere a emergenze di tutti, ma era prevalentemente dedicato alla cura degli indigenti, dei poveri sul territorio. Era in genere remunerato dalle amministrazioni locali e svolgeva anche le funzioni di ufficiale sanitario. Altra figura ancora più antica, quest’ultima, che rimanda a un un concetto soldatesco. Queste due figure scompaiono nel momento in cui io mi affaccio, giovane laureata, all’attività, scelta perché io volevo fare il medico di famiglia. In quegli anni c’era una grande attenzione al sociale, e lavorare sul territorio sembrava il modo migliore per lavorare con un occhio al sociale.

    Come avveniva la tua formazione e aggiornamento?

    Una cosa che è stata molto importante per me è la formazione tra pari. Non esistevano dei corsi di aggiornamento obbligatori come ora, che spesso, tra l’altro, sono solo formali, e allora le persone di buona volontà, le persone interessate facevano autoformazione. Come è sempre stato in tutte professioni, se uno ci tiene, si aggiorna, migliora, apprende, fa ricerca, si fa delle domande, ecc. E noi, un gruppo di medici di medicina generale, facevamo formazione tra pari, chiamando talvolta qualche consulente esterno, rivedendo i casi l’uno dell’altro e discutendoli, ecc.
    Tuttavia, sin da subito, ovvero dai primi anni Ottanta in poi, la formazione del medico di medicina generale, ma non solo, anche quella degli specialisti, è praticamente stata, non so se scippata o demandata, addirittura, alle case farmaceutiche. E tu “imparavi” quello che loro volevano che imparassi. Questo a me era molto chiaro, e anche a molti altri, naturalmente. Ad altri non importava assolutamente, anche perché c’erano degli incentivi appetitosi: ti regalavano un computer, la vacanza. Poi dalla vacanza, che era smaccatamente una regalia in cambio di un favore, che era il favore prescrittivo, poi sono passati a strumentazioni anche interessanti, che aiutavano il professionista nella gestione del suo lavoro. [L’aggiornamento] è diventato monopolio [delle case farmaceutiche]. Anche le università, in una maniera o nell’altra, sono state sovvenzionate da queste corporation, in vario modo: attraverso la pubblicazione di articoli, attraverso il regalo di farmaci per sperimentazione clinica, attraverso tante cose.

    Il tuo lavoro in cosa consisteva, quali aspetti della salute affrontavi, qual era il tuo ruolo?

    La cosa più critica è che si cominciava a fare i medici di famiglia senza sapere assolutamente che cosa si doveva fare. E quindi rifacendoci necessariamente a un’idea che veniva dal passato, perché altre non ce n’erano: quindi al medico come figura autorevole, spesso nell’accezione meno nobile di autoritaria. Una figura molto patriarcale, insomma (ricordo che quelli erano anche gli anni di molta attività femminista, a cui non sono stata assente). Per quanto ci fosse questo modello o, anzi, proprio perché c’era questo modello, si tentava di fare qualcos’altro, ma senza delle indicazioni che provenissero dalle istituzioni, dall’università. Noi non avevamo formazione per fare medicina generale. Noi facevamo i medici di medicina generale.
    Che cosa vedevamo? Vedevamo di tutto. Anche perché l’uso e l’abuso che c’è stato, secondo me, dell’ospedale non era ancora così diffuso. Quindi eravamo davvero un riferimento per tutte le malattie e i guai diciamo più comuni, e in generale per tutti, perché da noi si partiva per poi fare altri percorsi più specialistici: da dermatologia, all’ortopedia, alla piccola traumatologia quotidiana, malattie infettive, naturalmente, virali e non. Ci sono sempre state malattie virali e le abbiamo sempre curate con i mezzi a disposizione.
    Poi nel 1992 c’è stata la riforma della sanità [con la legge 502], perché le USL avevano creato delle spese enormi insostenibili, ed è cominciata l’aziendalizzazione, le USL sono diventate ASL, ecc. Lì ho sentito chiaramente un aumento della burocratizzazione e un aumento del potere centrale sul nostro operato.

    Che si manifestava come?

    Noi ricevevamo con cadenza mensile il resoconto delle spese che avevamo fatto fare al Sistema Sanitario Nazionale, per esempio. Successivamente un resoconto delle spese in analisi biochimiche e analisi strumentali. Noi non potevamo sforare una certa cifra. La burocratizzazione era anche visibile nella quantità di carte che dovevamo produrre, anche con le ricette.

    Via via che passava il tempo, diminuivano anche le patologie che voi potevate curare direttamente.

    Questo è un aspetto molto importante. Sì, succedeva questo, e via via diventavamo sempre più l’anello di mezzo tra la persona, ormai non era più paziente, ma utente, cliente e altri termini di questo genere, e lo specialista. Quindi, a un certo punto, non si curava più il diabete, per esempio, su iniziativa del medico di medicina generale. Le forme patologiche anche tranquillamente trattabili da noi, diventavano di competenza dello specialista. Via via, quell’autorevolezza, la parte più positiva anche del vecchio medico “paternalista”, cedeva e veniva erosa e diventavamo sempre più dei passacarte. Poi c’erano questioni di responsabilità, che prima non si erano affacciate come istanze nel nostro lavoro quotidiano. Certo, c’erano delle situazioni in cui assumersi o no la responsabilità faceva la differenza. Poi siamo passati a “non prendiamoci la responsabilità”, “non prendetevi la responsabilità”. È diventato quasi un mantra. Nel frattempo non è cambiato solo la figura del medico, è cambiata anche la figura del paziente, che è diventato un cliente. Un cliente tecnologizzato che sa tutto perché va su internet e trova tutto e di più. Quindi lui arriva da te, e tu puoi anche fare la diagnosi, ma lui è già dell’idea che vuole il parere dello specialista. Specialista che non ha la visione completa di quel paziente, di cui guarda soltanto i dieci centimetri della sua pelle, [se per esempio è un dermatologo].
    Mi fermerei ancora un attimo sui termini, perché sono importanti: come si parla la dice lunga su come si vive. Non so quando si sia affermata la definizione di medico di base, ma penso più o meno nei primi anni Ottanta, quando c’è stato questo grande cambiamento della legge 883. È chiaro che il medico di base, nell’immaginario, era [ed è] un medico che aveva basilari conoscenze, non specifiche conoscenze. È un medico a cui ci si può rivolgere per piccole cose, non per cose importanti. Questa definizione è stata a lungo in voga. E poi c’era l’altra questione che il medico di medicina generale, al contrario degli altri specialisti, non aveva una specializzazione. [Solo] alla fine degli anni Novanta mi pare sia stata introdotta la scuola di specializzazione in medicina generale, per cui un medico di medicina generale, un medico di famiglia è uno specialista a tutti gli effetti come gli altri. Ma prima era uno con meno scuola dello specialista. Quindi pian piano, invece che valorizzare il fatto che questo medico conosceva il paziente, la famiglia, conosceva l’ambiente, e che quindi aveva un occhio non solo astrattamente organicista, diventa meno importante di quel medico che era più titolato, ovvero lo specialista. E via via la tendenza ospedalocentrica, specialisticocentrica, è andata sempre più aumentando. Penso che tu conosca cosa diceva Ivan Illich negli anni Settanta prefigurando questa vita demandata agli specialisti di ogni tipo. Che si è avverata.
    Quindi, potevamo curare una certa malattia della pelle, ammesso che il paziente fosse d’accordo, ma non potevamo prescrivere per esempio certi tipi di farmaco per il polmone, o per l’osteoporosi, per esempio. Ricordo due campagne massicce di promozione di farmaci, che potrei paragonare, anche se molto meno aggressive, a quelle [sui vaccini] che vengono condotte oggi. Una per l’osteoporosi, soprattutto femminile, e l’altra per la menopausa. Perché a un certo punto le fasi della vita sono diventate patologiche e regno degli specialisti. Quindi la menopausa è diventata patologica. Non posso non osservare che tutti’e due riguardavano le donne. Tutte le donne sopra una certa età dovevano avere un certo tipo di farmaco per l’osteoporosi. Tutte le donne in premenopausa dovevano prendere gli ormoni. Ricordo queste due cose perché io sono stata fieramente contraria ad ambedue. Vuoi per riflessioni nell’alveo femminista, vuoi per riflessioni scientifiche. La campagna contro l’osteoporosi, anche quella spinta dalle case farmaceutiche, si è pure rivelata non fruttuosa dal punto di vista della salute, ed è scomparso ancora più in sordina un farmaco, la famosa calcitonina di salmone, che aveva imperversato per un decennio almeno.

    Proseguimento:

    https://web.archive.org/web/20220922232432/https://pensieriprovinciali.wordpress.com/2021/10/11/dal-medico-al-protocollo/

    Commento

    Più protocolli automatizzati in campo medico = Più pacchi di soldi per Big Pharma = Più la sanità si privatizza = Pù pagano i cittadini e più guadagnano i medici specialisti!

    Oups, ma che strane coincidenze…..!!

  4. @Ing Alberto Medici

    1. “Il sapere e la ragione parlano, l’arroganza e l’ignoranza urlano”, Arturo Graf

    Commento

    Tu hai parlato perchè ragioni e sai, mentre invece il medico in questione ha urlato perché arrogante e ignorante in malafede, una differenza abissale tutta a tua favore!!

    2. “L’arroganza è la manifestazione della debolezza, la paura segreta nei confronti dei rivali”, Fulton John Sheen

    Maggiori info su caratteristiche persone arroganti:

    https://psicoadvisor.com/comportamenti-tipici-delle-persone-arroganti-10113.html

    Commento

    Insomma, hanno coscientemente o inconscientemente i carboni bagnati!!

    PS «avere il carbone bagnato » e, fig., essere
    all’apparenza persona onesta e laboriosa ed avere di fatto sulla coscienza
    gravi peccati nascosti. La locuzione trae lo spunto dalla frode che nel passato
    i venditori di carbone perpetravano molto spesso ai danni degli acquirenti
    della loro umile merce, che allora soleva entrare per necessità pressoché in
    tutte le case: bagnavano, infatti, anche abbondantemente il carbone con
    l’acqua, così da farlo pesare di più e realizzare entrate più consistenti.

    3. A titolo integrativo finale, ti sto per inviare file in pdf “LA REALE INTELLIGENZA HA BISOGNO DELL’UMILTÀ”, a cura di Don Alfredo Abbondi .

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